VIAGGI A MANO LIBERA

portogallo

Penso che siano dieci anni che dico di voler andare in Portogallo. E mica lo so perché. Neanche quando ho iniziato a dirlo lo sapevo. Se pensavo al Portogallo però mi appariva negli occhi il sole e la sensazione di grande respiro.
Dopo esserci stata, e averlo girato per due settimane, tra città, paesini, oceano ed entroterra, se penso al Portogallo mi appare negli occhi il sole e la sensazione di grande respiro.
Potevo non andarci, direste voi. In effetti…
E invece no, perché ora quella luce e quel respiro hanno un nome, un orientamento, delle direzioni, hanno spessori e sapori.
Posso nominare il sole di Ericeira e la nebbia che l’ha lentamente avvolto, le ampie spiagge lungo la costa nord, fino a Nazaré (perché fino a là, più o meno siamo arrivate), le strade dritte con il deserto accanto, nei pressi di Praia Oso da Baleia, le sinuose colline dell’Alentejo, la luce di Lisbona e quella di Coimbra, gialle, bianche, forti, intense, taglienti, accoglienti.
So che da Porto per farsi i paesini della costa si può prendere un trenino che i portoghesi tengono a precisare essere una metro anche se esce dalla cittadina per parecchi chilometri verso nord.
So che Coimbra è fiera del suo primato universitario, la più antica del mondo. Anche se non è vero. Anche se quella di Bologna è sorta un centinaio di anni prima. Che ancora è viva la Praxe, la vecchia tradizione fatta di sètte e nonnismi, che prevede che per poter indossare la prestigiosa toga nera (dalla quale la Rowling trasse ispirazione) occorre superare delle terribili prove in giro per la città finalizzate fondamentalmente a mettere alla gogna le matricole, svilendole e obbligandole ad onorare i colleghi più anziani. In giro – proprio perché fervente centro universitario e quindi sede di battaglie politiche, sociali e culturali – si trovano parecchie manifestazioni di contrarietà:

PRAXE
SEDATIVO N. 1 EM COIMBRA

EFEITOS SECUNDÁRIOS:
-ALIENAÇÃO
-ATROFIO CEREBRal
– PERDA DE DIGNIDADE
– SUBMISSÃO
-OBEDIÊNCIA CRONICA

L’università di Coimbra, lo stabile antico, dove c’è la biblioteca tra le più belle del mondo (noi non siamo potute andare perché fuori budget e perché ancora un po’ scottate dalla delusione provata a Porto nella libreria Lello e perché tanto Nina non sarebbe potuta entrare), devo dire che è stupendo: bianco, netto, ampio, elegante ma non spocchioso. Non come il campanile che la sorveglia. Lui, più spocchioso, era l’incaricato a far partire il coprifuoco, intorno alle 19, per gli studenti universitari. È per questo suo fastidioso compito che si è conquistato il nome “capra”.
Ora so che una via di mezzo tra Coimbra ed Ericeira è Évora, dove ci sono dei resti romani e dove tra l’altro si possono trovare dei dolci meravigliosi, in una pasticceria d’altri tempi, gestita da due signore per nulla simpatiche ma disponibili, più o meno come tanti portoghesi incontrati finora (la Pastaleria Conventual Pão de Rala).
So che i portoghesi sono dei caciaroni, quando stanno insieme non hanno nulla da invidiare al caos della tipica famiglia italiana in situazioni conviviali. Hanno visi ed espressioni da “brutti ceffi”, sembra si facciano i fatti loro, vanno abbastanza lenti e il lavoro è lavoro, non è vita, quindi non ci si sacrifica per esso. Poi se gli chiedi o gli sorridi con poca più convinzione si mostrano ultra disponibili e simpatici. Lo abbiamo sperimentato in qualche piazzola di sosta, al mercato del pesce e in qualche negozio.
So anche che non è vero che a Nazaré ci sono le onde più alte del mondo. Non è vero che ci sono sempre. Noi le abbiamo beccate più alte nelle Asturie un paio di settimane prima. Però sono lunghe e sono belle. Sono belli i surfisti che le attendono e le cavalcano. È bello il faro, sopra – ma non bello come quello di Cabo da Roca (onde a terra se acaba e o mar começa, scrisse Camões), è bellino il piccolo paese e la sua cattedrale, i surfisti che girano per le vie, la nebbia che ha coperto tutto.
So che a Sintra è impossibile andarci in macchina, e parlo per esperienza diretta, dato che per via di simpaticissime trovate di Gloria siamo rimaste bloccate sopra l’ingresso della cittadina, talmente traumatizzate che alla fine abbiamo deciso di bypassarla e andare direttamente a Quinta da Regaleira, una vecchia tenuta voluta da un ricco signore eccentrico all’inizio del novecento, che fece arrivare un architetto italiano esperto in scenografie che tappezzò la tenuta di torri, tunnel, fontane e quant’altro, creando in diversi punti l’effetto di una quinta di teatro, con un grande riferimento esoterico e massonico, dove il pozzo iniziatico ne è il maggior simbolo: dalla luce passare nell’ombra per tornare alla luce, superando e tornando all’acqua.
So che vale la pena prendersi del tempo per visitare l’Alentejo, dove noi siamo passate per entrare in Andalucia, con un’unica, romanticissima, tappa consigliata da un’amica a Monsaraz e un breve pitstop a Reguengos de Monsaraz dove c’è una meravigliosa antica Praça de Toiros che ha attirato la nostra attenzione e che ci ha fatto fermare e comprendere che ora è chiusa e il comune ha adibito alcuni locali ad abitazioni popolari.
Questo è parte di quello che ha un nome per me ora, nel Portogallo.
C’è inoltre la ricchezza delle pastelarias, la bontà dei pasteis de nata (dei quali ho letteralmente fatto indigestione), l’abbondanza del bacalhau e l’economicità del pesce in generale, l’inospitalità nei confronti dei cani, la durezza della lingua, la difficile situazione abitativa che sta vivendo l’intero paese.
Poi ci sono Porto e Lisbona.
Un paio di settimane dopo esserci stata qualcuno mi ha chiesto “Quindi? Sei più da Porto o da Lisbona?”. Ho risposto di getto Lisbona.
Ad oggi non sono troppo convinta. Credo che la spinta me l’abbia data il fatto che la capitale l’abbiamo girata con due amici e questo senso di festa ed amicizia sicuramente ha contribuito a dare una serie di sorrisi in più a Lisbona, città dei panorami, del caos, delle case colorate, di storia, dei tram gialli e del famoso 28 (vietato salire sul 28 col cane, quindi vietato per noi), dei pasteis de nata, della Ginjinha bevuta per i vicoli dell’Alfama in bicchierini di cioccolata, dell’Eduardinho, rivale della ginjinha, sempre molto zuccherino ma più amaro, della Feira da Ladra, dove vale la pena andarci anche solo per osservare i venditori ambulanti che hanno facce meravigliose (tra l’altro si chiama così perché si racconta che tempo addietro erano gli uomini che andavano a rubare per poi rivendere oggetti di più o meno valore, solo che non potevano farsi vedere in giro, così mandavano a vendere la refurtiva alle mogli. Le ladre), la città della Rivoluzione dei Garofani, storia lontanamente conosciuta e dettagliatamente ascoltata invece a Porto. Ed ecco qua che subentra Porto.
Porto. Forse preferisco lui a Lisbona, ho sbagliato a rispondere di getto.
A Porto – che per la cronaca si chiama proprio Porto e non Oporto – abbiamo partecipato probabilmente al miglior free walking tour mai seguito. Susana, una ragazza spagnola che vive a Porto da sette anni, ci ha illustrato quartieri e storia della città e del Portogallo in generale in maniera completa e coinvolgente.
Intanto abbiamo scoperto perché questa nazione si chiama così: quando arrivarono i romani (e arrivarono proprio a Porto) trovarono un antico castro celtico molto carino, lo presero, lo fecero loro e vi costruirono un porto.
Lo sapete come si dice “carino” in romano? Calae, calis. Porto Calis, Et voilà Portogallo. Il nome dell’intero Paese viene da Porto. Porto carino!
Un po’ come il famoso vino portoghese. Che con dispiacere rivelerò anche a voi che non è un vino, non viene da Porto e tutte le botegas dove puoi andare a fare degustazioni dall’altra parte del Tago hanno nomi inglesi e non portoghesi.
Si spiega tutto così: nel diciassettesimo secolo, il maggior esportatore di vino per la Gran Bretagna indovinate chi era? La Francia. Bravi. E che successe nel XVII secolo tra Francia e Gran Bretagna? La guerra. Bravi.
Così gli inglesi si rivolsero ai portoghesi che avevano del buon vino a poco prezzo. L’uva era delle zone della campagna del nord del paese e il vino avrebbe dovuto fare un gran viaggio, nelle barche, tra Porto e Inghilterra, così per non farlo sciupare aggiunsero zucchero e dell’altro alcool. Ecco perché non può essere considerato vino e perché le botegas hanno nomi inglesi.
Perché invece tutte le botegas stanno dall’altra parte della città vecchia? Dicono che su quella sponda il sole incidesse di meno, che il clima fosse un po’ più fresco rispetto all’altra parte e così si manteneva di più. Susana ci ha detto che secondo tanti altri è così perché stando dall’altra parte senza entrare nella città, avrebbero pagato meno tasse e perché di là c’era oggettivamente più spazio. Altro che scienza!
Ci ha raccontato anche della storia della Torre de los clerigos che sono molto combattuta se rinarrarvela in maniera dignitosa o se copiare e incollarvi i miei appunti presi mentre lei ci spiegava – in spagnolo – la storia del famoso monumento e del suo architetto italiano, Nicola Nasoni.
Penso che opterò per la seconda, nella speranza che li capiate, perché vale la pena, soprattutto per farvi intendere il coinvolgimento che lei metteva nelle storie e dunque io riversavo negli appunti che da spagnolo si sono tradotti direttamente in romano.

“Nicolas Nasoni doveva costruire: torre – torre – chiesa – ospedale. Ma non avevano ricevuto fondi quindi lui ci mette tutti i soldi e dice daje punto tutto sulla torre io, basta che me ce sotterrate.
E così fece. A una certa muore. Ovviamente non si sa se è stato interrato, hanno trovato solo una tomba senza nome. Però: questo ha fatto ‘n casino pe’ ‘sta città come minimo j’avrebbero dovuto mette ‘na roba scritta x terra; però è anche vero che era assolutamente vietato interrare gente non clero, quindi magari hanno mantenuto la promessa senza avé però rotture de cojoni.
P.S.: Non salire sulla torre nelle ore pari perché non fa i 4 bei rintocchi romantici delle campane, ma 5 minuti di melodia che te rincojoniscono.”

Altre cose a pop corn, che ritrovo ora negli appunti e che riscriverò in maniera più breve e soprattutto più dignitosa:
1. L’intero Portogallo è pieno di case disabitate, la causa principale sono le guerre coloniali. Dopo la seconda guerra mondiale gli uomini portoghesi erano costretti a fare quattro anni di leva militare: due anni nel proprio paese e due anni al fronte, in Africa. Luoghi e situazioni che i militari non sapevano gestire tanto che il livello di morti portoghesi crebbe a dismisura, fino agli anni 60, quando i giovani iniziarono ad espatriare prima della chiamata alle armi. Nel tempo le case lasciate da chi moriva o da chi non viveva più in Portogallo hanno si sono deteriorate e ad oggi costa più ristrutturarle che buttarle giù. È per questo che nessuno le compra (oltre al fatto che Porto in particolare, è interamente una cittadina UNESCO, le mura delle case sono protette e i vincoli di ristrutturazione assurdi).
2. Per questo motivo i portoghesi in giro per il mondo sono sei milioni (a fronte dei dieci milioni che abitano il paese), e di conseguenza per questo motivo il pasteis de nata è così conosciuto!
3. La maggior parte delle case è fatta di granito che è un materiale poroso, motivo per cui il Portogallo è pieno di Azulejos: le piastrellle d’ispirazione cinese impediscono all’umidità di filtrare nelle pareti. Ovviamente non tutte le case ce le hanno, molte di quelle più esposte hanno la “Chapa”, la lamiera, che adempie allo stesso compito ma costa decisamente meno.
4. Il Portogallo è il Paese dei dolci, Porto la città dei panini.
5. Andatevi a leggere la storia di Celeste Cairo e la rivoluzione dei garofani
6. Quell’utensile da cucina, spesso fatto di silicone, che noi chiamiamo la Marisa o la leccatina, in portoghese si chiama “salazarinha”, da Salazar, che per rimediare alle difficoltà economiche del paese ravanava nel fondo dei risparmi e non sprecava nulla. Manco accendeva i caloriferi nei ministeri e lui stesso andava a lavoro imbardato.
7. Il Portogallo è il paese con più librerie per metro quadrato al mondo.

Ecco qua.
Capito perché erano più di dieci anni che volevo andarci, e capito perché ho chiesto a Gloria di entrarci a piedi, facendo un pezzo del cammino portoghese, tre giorni, per entrare lentamente a Porto e per approcciarsi nel modo più lento e sacro possibile?
Dolci, liquori, oceano, cibo e olio buono, disponibilità, panini e mercati, economicità, storia, cultura, vicoli e spiagge e tanta, intensa, luce.